Decreto Pisanu: caccia alle streghe

Da una settimana il dibattito attorno al tema wi-fi si è fatto incandescente.

Come sempre in queste occasioni si è alla ricerca di un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dall’argomento principale, e nel dibattito in corso questo è stato individuato nel decreto Pisanu.

Laddove gli italiani sono fra i maggiori utilizzatori di smartphone e dispositivi portatili, l’Italia è  uno dei più arretrati paesi europei sul fronte delle connessioni wi-fi “aperte: nel nostro Paese il numero degli hot spot Wi-Fi è inferiore del 70% rispetto alla media d’Europa. Da numerosi commentatori questo notevole gap tecnologico è esclusivamente imputabile al “decreto Pisanu“.

L’allora ministro dell’Interno fece varare il decreto nel 2005, all’indomani delle stragi di Londra, con l’obiettivo di contrastare il terrorismo: all’articolo 7 prevede varie limitazioni per l’accesso a internet, in base alle quali chi desidera offrire connettività wi-fi deve richiederne licenza al questore, identificare gli utenti tramite documenti e conservare in un apposito registro tutti i dati di navigazione.
Il decreto, poi convertito in legge, aveva carattere “provvisorio” ma è sempre stato prorogato di anno in anno, fino a giungere intatto ai giorni nostri.

Il decreto Pisanu è certamente migliorabile e contestualizzabile ai giorni nostri, e la proposta di legge presentata da Paolo Gentiloni (Pd), Linda Lanzillotta (capo del Dipartimento della Pubblica Amministrazione) e Luca Barbareschi (Fli) per modificare l’articolo 7 del decreto è condivisibile perché oggi un bar od Hotel è equiparato ad un operatore Telco con tutta una serie di vincoli e richieste che ne hanno inibito lo sviluppo, ma ciò che appare fuori luogo è la discussione della sua valenza degli atri articoli del decreto relativi alla identificazione degli utilizzatori del wi-fi. In molti altri Paesi si sta andando nella direzione della fine dell’anonimato e dell’identificazione dell’utente. L’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, lo ha affermato in una intervista nei giorni scorsi.

Il tema purtroppo è di maggior portata e si deve ricondurre alla assenza di investimenti in infrastrutture. Il nostro Paese è in forte ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati per la miopia di una classe politica ed alla volontà delle Telco di non affrontare il tema in modo unitario.

La rete 3G sta collassando ed il forte incremento di di smartphone e dispositivi portatili non hanno fatto che peggiorare la situazione, in quanto a fronte dell’incremento a due cifre dei dispositivi la rete è sempre la stessa: In sostanza, chiavette, accessi sono  sempre più lenti e sempre più distanti dagli standard assicurati dagli altri Paesi.

Il nodo centrale è questo. Il nostro paese si sta allontanando dai paesi industrializzati con grave pregiudizi per il nostro futuro.

L’italia necessita di forti investimenti per colmare il gap, ma purtroppo assistiamo al balletto delle dichiarazioni dei politici ed alle beghe da cortile delle Telco che non riescono a mettersi d’accordo sugli investimenti da fare congiuntamente.

Le migliori prospettive parlano del 2018, un lasso di tempo siderale quando si parla di internet e wi-fi.

Utenti in una Wi-Fi zoneTuttavia qualcosa si sta muovendo Franco Bernabè, Amministratore delegato di Telecom Italia, ha dichiarato che l’azienda,da sola, entro il 2018 riuscirà a fornire la banda ultralarga al 50% della popolazione, con 138 città cablate a una velocità da 100 megabit fino a un gigabit. Nell’intervista rilasciata al Sole24Ore, Bernabè ha sottolineato che il piano prevede una prima fase nella quale verranno 4 città già entro quest’anno, che diventeranno nove nel 2011 e tredici nel 2012″.  Dopo questa data,  Telecom inizierà la copertura di altre 51 città entro il 2015, con soluzioni di collegamento in fibra ottica, per poi portare direttamente la fibra nelle case al raggiungimento di certe soglie di penetrazione. Il piano sarà infine completato con altre 74 città entro il 2018, per un totale di 138 centri abitati.

A sua volta Paolo Bertoluzzo, l’amministratore delegato di Vodafone italia,  nel corso di una recente conferenza stampa ha dichiarato che Vodafone  vuole contribuire allo sviluppo delle aree in Digital Divide investendo oltre un miliardo di euro per estendere la propria copertura Radio a Larga Banda (HSPA+ oggi e LTE tra 2-3 anni), fino ad arrivare a servire la quasi totalità della Popolazione Italiana.
La copertura Radio potrà essere utilizzata sia in mobilità che in casa e nelle Piccole Aziende, con una velocità di almeno 2 Mbps, doppia rispetto alla soglia di 1 Mbps ritenuta, anche a livello internazionale, soglia minima di Larga Banda.
Da gennaio 2011, Vodafone si impegna a coprire almeno un Comune al giorno fino a un totale di almeno 1000 Comuni, contribuendo alla risoluzione del problema del Digital Divide in Italia.

La rete 3G prima di quella data potrà essere supportata solo dal wi-fi, che ne decongestionerà gli snodi.

Ecco perché oggi prendersela con il decreto Pisanu è in realtà una caccia alle streghe.  L’abrogazione del decreto non porterà tuttavia all’implementazione automatica di tutti i servizi citati dal testo di legge.

Sul mercato si sta affacciando una nuova generazione di imprenditori che ha le idee chiare sui servizi da erogare e sulle impostazioni di fondo ma necessità di essere sostenuto a livello finanziario in quanto soon tutte giovani società, molte delle quali nate nei garage. Gracili realtà per un investimento infrastrutturale. Telecom con Working capital aveva tracciato una nuova strada, ma l’impressione è che sia più una operazione di PR che un concreto effettivo aiuto a sostenere la ricerca e l’innovazione delle PMI italiane.

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